Il sunto del Piano di Gestione e Assestamento Forestale

Sunto del Piano di Gestione e Assestamento Forestale dei boschi del Comune di Caprarola interni alla Riserva Naturale Lago di Vico.

Proprietà: Comune di Caprarola
Area protetta: Riserva Naturale Lago di Vico
Natura 2000:

  • SIC Monte Fogliano e Monte Venere (IT6010023),
  • ZPS Lago di Vico Monte Venere e Monte Fogliano (IT6010057) ai sensi delle Direttive europee Habitat e Uccelli; 618 ha.

Superficie pianificata: 773 ha
Durata del piano: 15 anni
Particelle totali: 73
Cerreta: 40 particelle (385 ha)
Faggeta: 30 particelle  (362 ha)
Cedui di castagno: 1 particella (13 ha)
Rimboschimenti di pino nero: 2 particelle (13 ha)

Per le caratteristiche ambientali dell’area si rinvia al sito della Riserva o al testo L’ambiente nella Tuscia laziale (a cura di Olmi e Zapparoli, 1992, Università degli Studi della Tuscia, Union Printing Ed.).

Premessa

In precedenza la gestione di questi boschi venne pianificata dal Prof. Patrone (piani di gestione 1960-1971 e 1973-1987), uno dei padri delle scienze forestali in Italia, cui seguì un piano di Sivieri (1989-2000). Dalla metà degli anni ’70 fino al 1999 i tagli furono sospesi per l’intervento della Legge Regionale 43/1974 e della dichiarazione di alto valore vegetazionale di questi boschi da parte della Regione, che pagò degli indennizzi per il mancato taglio al Comune.

A partire dal 2000 gli indennizzi vennero interrotti e i tagli boschivi ricominciarono, fino al 2005.
Il piano in corso di approvazione è relativo al periodo 2007-2022.

Obiettivi del Piano

In generale, la pianificazione forestale classica ha lo scopo di garantire un “reddito massimo, costante e perpetuo”. Oggi si aggiungono gli obbiettivi della multifunzionalità del bosco, che è molto difficile da monetizzare. Il bosco non è più solo fonte di reddito da legname, ma si aggiungono i “prodotti secondari” come i funghi, l’offerta come luogo del tempo libero (es. per passeggiate) e soprattutto la tutela di valori sempre più importanti come il paesaggio e la Natura (o in modo tecnicamente più appropriato diremmo biodiversità, ossia varietà delle forme viventi).

Tutto ciò viene espresso (in altra forma) nella Premessa del piano, e si prevede di raggiungere questo scopo con il taglio di tutti i boschi nei 15 anni di validità (la Regione Lazio ha poi imposto di non tagliare circa 150 ha, quale sommatoria dei passati indennizzi pagati).

Probabilmente il reddito prodotto da questo piano sarà massimo, anche se non è prevista alcuna forma di valorizzazione del legname, che sembra quindi essere tutto destinato a legna da ardere, cioè la forma più semplice e di minor valore di utilizzazione (al contrario, nei tagli del 2000-2005 vennero portati via dalla ditta boschiva tronchi interi, probabilmente utilizzati per trarne delle tavole, di valore ben maggiore della legna da ardere).

Infine, è certo anche che il reddito sarà perpetuo, poiché il prelievo previsto è inferiore (anche se di poco) all’accrescimento del bosco e può essere quindi definito come “sostenibile”, tuttavia il saggio di utilizzazione è maggiore di quello dei piani precedenti così come la massa da tagliare che è molto maggiore (rispetto al piano di Sivieri, solo il 20% in più nella faggeta, ma più di due volte e mezza nella cerreta). Difficilmente si può ipotizzare che il successivo piano potrà mantenere questo livello di prelievo, a meno di non cambiare profondamente la fisionomia di questi boschi.

Stato di conservazione dei boschi

Nella caldera del Lago di Vico ci sono due principali tipologie di boschi: le cerrete e le faggete.
Nel Lazio, il faggio è la specie forestale che ha maggiore necessità di un clima fresco e umido, tale condizioni si trova generalmente a partire dagli 800-1000 m di quota, dove le faggete diventano molto comuni. La faggeta del Lago di Vico viene considerata “depressa”, perché è presente ad una quota ben più bassa, ossia circa 500 m s.l.m., questa “discesa” è resa possibile dall’umidità del lago stesso e dai terreni vulcanici molto fertili. Queste faggete sono quel che rimane di estese faggete di epoche passate più fresche ed umide. Si tratta di “faggete ad agrifoglio” che costituiscono un habitat “prioritario” a livello comunitario ai sensi della direttiva “Habitat”, nel Lazio ce ne sono solamente altre 21, ma in molti casi sono solo piccoli gruppi di faggi (es. Mola di Oriolo). Nonostante la faggeta vegeti quindi ai margini delle sue possibilità ecologiche, lo stato generale di conservazione è buono.

Il cerro è molto più adattabile del faggio, infatti è presente praticamente in tutti i boschi della Provincia di Viterbo (si deve escludere solo la fascia costiera e i boschi di castagno, dove non è presente solo perché l’azione umana ha favorito il castagno). Anche la cerreta è in buone condizioni, fatti salvi piccoli tratti in cui il tufo è quasi affiorante e il terreno è molto superficiale, non garantendo così la riserva d’acqua necessaria. In queste zone il cerro mostra uno sviluppo più ridotto e la presenza di patologie tipicamente associate a quello che viene definito il “deperimento delle querce” (nella stessa Provincia di Viterbo esistono casi di studio molto più seri).

Nel Piano, 53 particelle vengono definite con stato fitosanitario buono, 17 mediocre e solo 3 scadente; per cinque particelle la motivazione è dovuta ad incendi più o meno recenti, mentre per altre tre (di cui una con stato scadente) la motivazione risiede nel terreno superficiale.

“Il bosco, se non viene tagliato, muore”, è una frase che si sente spesso. Poiché i boschi erano presenti sulla Terra da molto prima degli uomini, è chiaro che possono fare a meno di noi e delle nostre “cure”, i boschi servono agli uomini e non viceversa.

Ma questa frase un senso ce l’ha: in un bosco che non viene tagliato gli alberi continuano a crescere facendosi concorrenza, ci sarà quindi una selezione naturale ed alcuni alberi moriranno per mancanza di luce. Quindi se il bosco non viene tagliato alcuni alberi muoiono, ma non l’intero bosco, anzi un bosco naturale è caratterizzato proprio dall’abbondante presenza di alberi morti in piedi e a terra, che permettono la vita di tanti organismi piccoli e grandi, come i coleotteri del legno, ormai sempre più rari in tutta Europa tanto da essere oggetto di specifici atti di tutela. Il cervo volante (presente anche nella faggeta e detto pesa-ferro a Caprarola) è più comune al centro di Roma, a Villa Borghese, che nei boschi.

C’è un’altra situazione, i boschi naturali sono (quasi) sempre fustaie, cioè gli alberi sono nati dal seme, mentre molti boschi gestiti dall’uomo sono cedui (dal latino, cedo, taglio), in pratica gli alberi nati da seme sono stati tagliati e sono ricresciute delle piante (polloni) dal ceppo tagliato (ceppaia). Nei boschi cedui, che vengono tagliati ogni 15-20 anni, c’è un numero di alberi molto elevato e se non si interviene col taglio, la competizione è molto forte portando alla morte di un numero considerevole di piante, può sembrare quindi che il “bosco muore”.

I boschi del Piano sono (quasi) tutte fustaie e anche lunghi periodi di assenza di tagli non hanno comportato alcun danno, ecco cosa dice per la cerreta il Piano (pag. 64): “La soppressione dei tagli per circa trenta anni, ha portato il bosco ad una struttura più naturale, con lo sviluppo nel piano dominato degli aceri e dei carpini allo stato ceduo.” Quindi la mancanza di tagli ha reso il bosco “più naturale”, non lo ha ucciso.

Per la faggeta invece ci si preoccupa della rinnovazione, cioè della nascita di nuovi faggi che vadano a sostituire quelli vecchi; dal Piano (pag 83): “La rinnovazione risulta quasi del tutto assente e vegeta in condizioni stentate a causa della copertura eccessiva del piano dominante. Per contro, nelle chiarie originatesi per cause naturali (schianti), i semenzali sono presenti ed affermati, e possono essere reclutati come rinnovazione di avvenire.” Ovvero, dove i faggi sono ancora relativamente giovani, sotto non nascono nuove piantine, ma dove i faggi cadono perché vecchi o per altre “cause naturali”, allora nascono e si sviluppano nuovi faggi. Anche nella faggeta, il bosco non muore in mancanza di tagli, anzi si rinnova da solo, per “cause naturali”.

Un’ulteriore valutazione, nella particella 54 sono stati effettuati dei tagli “sperimentali” per favorire la rinnovazione della faggeta nel 2000. Al contrario di quanto si attendesse, però, la faggeta non si è rinnovata, sono nati solo rovi e altre piante che indicano uno stato di alterazione della faggeta, l’uomo non è stato capace di imitare gli schianti che avvengono per “cause naturali”.

Forma di gestione dei boschi

Nel Piano era previsto il taglio di tutti i 770 ha di bosco (esclusi circa 15 ha).

Poi la Regione ha sottratto una parte dei boschi in virtù dei vecchi indennizzi pagati al Comune, sono state quindi individuate 9 particelle (circa 140 ha), oltre a delle piccole aree tra le particelle 25 e 26 e la cima di Monte Venere (per altri 20-30 ha).

Ci sono già stati dei diradamenti delle pinete e ci sarà il consuetudinario taglio raso con rilascio di matricine dei cedui di castagno (13 ha), tagliati nel 2005, quando avranno raggiunto l’età del turno pari a 16 anni.

La gran parte dei boschi sono fustaie di cerro e di faggio, con turno di 100 e 110 anni rispettivamente, significa cioè che il bosco dovrebbe essere tagliato una volta ogni secolo e che se si divide il bosco in 100 parti se ne taglia una ogni anno (su 600 ha totali, 6 ha all’anno).

In realtà, è previsto il metodo dei tagli successivi a gruppi, e sono previste due principali tipologie di intervento: il diradamento e il taglio di sementazione. Il diradamento è un taglio che simula e previene la morte delle piante per competizione, in pratica si tagliano le piante più svantaggiate, quelle che sono troppo vicine, ecc, per favorire la crescita di quelle rimanenti. Nel piano è previsto per 33 particelle (in alcune solo su parte della superficie) e principalmente si prescrive il diradamento basso, ossia quello che toglie proprio le piante che hanno le chiome più in “basso” rispetto alle piante dominanti, e il rilascio di un solo pollone degli aceri, carpini e ornielli che si presentano con più polloni sulla ceppaia. Le chiome del bosco, dopo un diradamento basso, dovrebbero rimanere molto vicine, quasi in contatto, mentre in un normale diradamento non si dovrebbe asportare più di una pianta su tre e le chiome dei faggi dovrebbero rimanere distanziate fino a 2 m, nel cerro 3,5 m. Si tratta di un taglio di bassa intensità, che si dovrebbe “notare” poco. Tuttavia nel piano viene previsto il prelievo di oltre il 20% della massa in 9 particelle di cerro, con punte anche del 40%, in questi casi non appare possibile il rispetto dei valori sopra esposti e difficilmente si può considerare un diradamento basso.

Nei recenti tagli di diradamento, era sempre previsto il prelievo del 20% della massa, tuttavia dalla tabella 5 del Piano (pag. 60), risulta che in 3 particelle su 10 si è prelevato circa il 30% (rispetto ai dati del 1988).

In 32 particelle si prevede invece il taglio di sementazione (altre 9 particelle sono state escluse per compensare gli indennizzi della Regione), ossia il taglio che distanzia nettamente le chiome per favorire la nascita di piante nuove. Il taglio di sementazione è molto più intenso del diradamento e dovrebbe asportare gran parte degli alberi presenti. Per ridurre l’inevitabile impatto di un tale tipo di taglio, si prevede di procedere “a gruppi”, cioè intervenendo in aree di 1.000-1.500 mq per il cerro che necessita di più luce (specie eliofila) e 1.000-1.200 mq per il faggio, le cui giovani piante sono favorite da una minore presenza di luce (specie sciafila). La distanza fra questi gruppi non è prescritta, ma si prevede un prelievo del 10-20%, sia per la cerreta che per la faggeta. Successivamente si procederebbe ad anello attorno alle prime “buche”. Un metodo piuttosto complesso, che in ogni caso prevede il “taglio di sementazione dei faggi e dei cerri di maggiore diametro”.

Facciamo quattro conti

Faggeta: 335 ha (29 particelle con faggio > 30%)
Faggeta già destinata ad invecchiamento indefinito: 139 ha (8 particelle)
Faggeta che subirà il taglio “dei faggi di maggiore diametro”: 215 ha (21 particelle)
Metri cubi di legna che verranno prodotti: 11.300 mc
Età di un faggio del diametro di un metro: 100 anni

Considerazioni

Sin qui è stato esposto un sunto il più oggettivo possibile del Piano, limitandosi ad aggiungere alcuni dati (magari approssimati) che possono essere verificati da tutti, con l’obbiettivo di far creare a ciascuno la propria idea..

Le faggete del Lago di Vico sono “faggete depresse” ai limiti ecologici del faggio. Fortunatamente o forse fortuitamente, la faggeta sta bene e dei giovani faggi continuano a nascere e crescere dove i grandi faggi cadono per cause naturali. Dove sono stati effettuati dei tagli sperimentali circa 10 anni fa, non si sono sviluppati piccoli faggi, ma rovi e altre specie come il carpino nero e gli aceri, che indicano una trasformazione verso la cerreta.

Quindi i tagli non hanno favorito la faggeta, ma l’hanno danneggiata. La sperimentazione è già stata effettuata, ma nel Piano non se ne tiene conto.

Poiché i tagli non servono alla faggeta, ma anzi la danneggiano, si rischia di incorrere in costosissime sanzioni da parte dell’Europa, poiché si tratta di “habitat di interesse comunitario prioritario”.

In ogni caso è evidente che i tagli non sono necessari alla conservazione della faggeta, quindi hanno un’altra finalità, che è esclusivamente economica.

Il valore economico degli alberi secolari è ridicolo rispetto al valore paesaggistico e soprattutto come habitat. Solamente in questi grandi alberi si formano le cavità necessarie a far vivere degli insetti del legno come lo scarabeo eremita (Osmoderma eremita), anche questo “specie di interesse comunitario prioritaria”. Insomma stiamo parlando di habitat unici, importanti per conservare la biodiversità a livello comunitario e la cui valenza era già stata individuata dalla Regione Lazio negli anni ’70, epoca in cui sono iniziati gli indennizzi economici al Comune per evitare i tagli.

Appare paradossale che adesso che l’unicità e il valore ecologico di questi boschi è maggiormente documentato e ufficialmente riconosciuto, si riduce la forma di tutela, anzi si fanno azione dannose.

Altro aspetto sconcertante è che si preveda il taglio dei faggi e cerri di maggiore diametro.

Questo, oltre ad essere sbagliato sotto tutti i punti di vista, non rappresenta neppure un utilizzo “sostenibile” della risorsa, perché gli alberi secolari non si “rinnoveranno” certamente nei 15 anni del piano.

Questo Piano prevede tagli molto più intensi di quelli precedenti, coinvolgendo tutte le particelle (tranne 9)  a spese dei boschi e soprattutto delle loro capacità di rigenerazione. Insomma questo Piano persegue esclusivamente fini  non conciliabili con la selvicoltura naturalistica necessaria all’interno di un’area naturale protetta e un sito d’importanza comunitaria.
Le considerazioni potrebbero continuare a lungo.

Si propongono due soli ultimi aspetti.

A chi pensa che in un’area super-tutelata comunque le cose andranno per il meglio e che quella proposta è solo una visione allarmistica, purtroppo dobbiamo far presente che c’è stato un altro caso, nella Faggeta di Bassano Romano, sempre in un Parco Naturale, nella Regione Lazio, nella Provincia di Viterbo, dove i tagli si sono accaniti proprio sulle piante secolari, riportando la faggeta allo stato del dopoguerra. Lì l’opinione diffusa è che non cresceranno più nuovi faggi, dove sono stati fatti i tagli, la faggeta è finita per sempre.

E non si può neppure stare tranquilli sul fatto che i tagli previsti siano leggeri, solo del 10%. Il 10% saranno le piante scelte per essere tagliate, ma poi, quando cadranno, i grandi faggi si porteranno con sé tanti altri faggi più piccoli in un effetto domino che è facile prevedere. Anche i passati tagli della cerreta dovevano essere solo del 20%, però poi sono diventati del 35%.

Pensare di tagliare un faggio secolare per farne legna da ardere è sciocco come pensare di demolire Palazzo Farnese per utilizzarne i mattoni.

Benvenuto in FaggetaLagoDiVico.it!

Benvenuto in FaggetaLagodiVico.it. In questo spazio vengono evidenziati i temi relativi la salvaguardia e la tutela della Faggeta del Lago di Vico. Riteniamo opportuno divulgare alcune informazioni per fare chiarezza a quanti fossero interessati  per ciò che sta accadendo in questi luoghi pieni di straordinaria bellezza.

Cosa c’è da temere per le Faggete del Lago di Vico?

Sotto accusa c’è il Piano di Gestione e Assestamento Forestale (PGAF) del comune di Caprarola che prevede intensi tagli boschivi  anche natura_2000_logonelle faggete vetuste, tagli che avranno inizio entro il 2013.  Questi interventi, minacciano decisamente la Faggeta Monumentale del Monte Venere all’interno della Riserva Naturale Lago di Vico, nonostante siano state individuate all’interno di tale sito aree SIC (Sito d’Interesse Comunitario) e ZPS (Zona Protezione Speciale). La Riserva è stata inserita nella rete Natura 2000per le sue caratteristiche ed il tipo di Habitat naturali di interesse comunitario e designata Area Speciale di Conservazione.

Varie associazioni e la cittadinanza desiderano procedere tutti insieme su una linea comune,  doverosa  di maggiore tutela e  rispetto per l’ambiente che ci circonda.

E’ necessario evitare errori e vecchie modalità d’intervento distruttivi, come avvenuto in parte nella faggeta di Monte Venere nel 2000. I tagli vennero prontamente bloccati da Legambiente ma i danni fatti sono ancora visibili. Di recente, invece, in altre faggete depresse, fermare i tagli è stato più complicato e la devastazione è stata esemplare come lo scempio eseguito a Bassano Romano.